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La TAV in Italia L’
alta velocità ferroviaria è stato e continua ad essere il più grande
affare con cui si è chiuso il secondo millennio e si è
aperto il terzo. La
realizzazione della grande opera pubblica è stata affrontata con metodi
da “conquistadores” nei confronti dei territori e degli ambienti
attraversati. La
vicenda è così riassumibile: Il
24 settembre 1991 la convenzione, sottoscritta da Necci e Incalza per
conto di FS,
affidò a TAV
SpA la progettazione e costruzione delle nuove linee ferroviarie. TAV
trasferì poi la progettazione di massima, la verifica dei piani
esecutivi ed il controllo della realizzazione delle opere ad Italferr
Sis. – TAV SpA, la società di ingegneria di proprietà di FS. Per
la realizzazione FS e TAV ritennero opportuno ricorrere alla figura dei
General Contractors (IRI, ENI e FIAT), inquadrandoli
come unici soggetti responsabili della progettazione esecutiva e della
elaborazione forfettizzata del costo delle opere e dei tempi di
realizzazione, fissati in 5-6 anni dall’apertura dei cantieri. I
General Contractors sono organizzati in consorzi (nella nostra tratta è
CAVET) per la realizzazione delle diverse tratte e dei nodi. I
contenuti normativi dei contratti prevedono “chiavi in mano” senza
possibilità di modifiche, revisione dei prezzi standardizzata con
l’inflazione, premi e penalità sui tempi di consegna, ampie
responsabilità dei G.C. anche nei rapporti con gli Enti Locali. Era completamente assente qualsiasi meccanismo competitivo:
inizialmente l’intero sistema di opere era previsto senza gare d’appalto. Nel
1993 la Commissione Antitrust e il Parlamento intervennero e
conseguentemente il piano finanziario TAV approvato nel gennaio del 94
stabilì che la realizzazione dei nodi urbani e l'ammodernamento della
Roma-Firenze sarebbero stati affidati con gare formali aperte alle imprese
europee. In definitiva circa il 50% del valore complessivo del sistema
infrastrutturale Alta Velocità andava in subappalto mentre l'altra
metà rimaneva al General Contractor.
La TAV fu presentata come il primo esempio di impegno da parte dei privati nella realizzazione di un opera pubblica ma nella realtà il 60% di quote private non è mai esistito e tutto è vissuto di denaro pubblico.
Il capitale di rischio dei privati era comunque meno del 10% (1.800
miliardi) a fronte di un investimento di 35.000/40.000 miliardi sui quali
FS prima e lo Stato poi dovevano comunque garantire gli investitori
(dunque senza rischio). Gli
investitori stranieri ( come il Credito Lionese) fuggirono subito e il
capitale TAV rimase fermo a 400 miliardi sottoscritti, 190 versati (le
banche ne versarono 72 in luogo dei 240 previsti) Gli
stanziamenti per la realizzazione della tratta Milano Napoli sono tutti
dello Stato e della Banca Europea Investimenti. Quindi
Governo ed FS in questa situazione hanno incorporato TAV restituendo
alle banche “quei quattro soldi che avevano versato”. |